L’Aeroplano

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novembre 4, 2013 di furahaa

Ho sempre pensato che i migliori incontri della mia vita siano avvenuti, avvengono e avverranno in un aeroplano.

Lo sconosciuto a cui è stato casualmente assegnato il posto accanto al tuo, quasi sempre, è una persona che nasconde una storia speciale e che, se sei fortunata, te la racconterà durante il viaggio. Poi, se sei davvero, davvero fortunata, con quella persona potrai parlare delle storie delle altre meravigliose persone che incontri nei giri di mondo a bordo di un aeroplano.

 

Questa è la storia delle meravigliose storie delle persone che ho incontrato nei miei giri di mondo.

 

Una volta, in un giro di mondo verso l’Africa, incontrai una terapista. Veniva dagli Stati Uniti d’America, ma non era una terapista qualunque. Indossava una tunica bianca, dei gioielli ingombranti le adornavano il collo e le dita. Lei era una terapista dell’anima, curava i suoi malati con le erbe magiche della savana, con le spezie indiane e gli aromi mediorientali. Girava il mondo alla ricerca dei suoi amuleti, dialogando con gli shamani e coi santoni vestiti di arancio. Poi tornava a casa per offrire sollievo ai suoi pazienti che vivevano nelle boulevards di Hollywood. I suoi pazienti erano attori famosi! Non me ne rivelò i nomi, ma una grande luce rivelatrice luccicava nei suoi occhi anziani. Immaginai Brad Pitt e Orlando Bloom assopiti sulla chaise long della stanza degli amuleti, storditi dagli incensi e ammaliati dal suono dei sonagli magici che la terapista raccoglieva nei suoi giri di mondo.

Era una guaritrice e veniva dagli Stati Uniti d’America. E chi l’avrebbe mai immaginato che i guaritori esistessero anche in America.

Mi disse che le avrebbe fatto piacere rimanere in contatto. Ma tutto ciò che aveva era un indirizzo di casa e un numero di telefono. No internet, no mail, lei lavorava così. Ai guaritori non servono mica le moderne tecnologie!

 

Un giorno, in un giro di mondo di rientro dalla Birmania, sedevo, nel mio aeroplano, in mezzo a due donne.

A destra, con il viso timido e un po’ triste, gli occhi rivolti alla terra d’origine che stava lasciando, sedeva una signora Birmana. Lavorava in Italia come governante per una facoltosa famiglia. Era tornata al suo paese per fare visita ai suoi cari. Erano due anni che non vi faceva ritorno, purtroppo la sua signora non le poteva pagare il biglietto più di frequente, mi disse.

Era triste, perché non sapeva quando avrebbe fatto nuovamente ritorno alla sua terra. Ma era anche felice, perché aveva portato doni ai bambini, li aveva abbracciati e sarebbe ritornata a lavoro per poterli abbracciare di nuovo, forse dopo altri due anni.

 

Dall’altro lato, a sinistra, una signora australiana dai grandi occhi del colore del mare. Lei era un croupier in pensione. Aveva passato la vita a dettare legge ai tavoli da gioco, in Australia. Mi raccontò di come il suo fosse una lavoro di grande responsabilità. Non perché faceva perdere o vincere molti soldi, ma perché aveva a che fare con la psicologia umana. Doveva capire quando la mente di un giocatore d’azzardo era troppo stressata, tanto da dirgli: ‘Signore, è meglio che lei si fermi’.

Il suo giro di mondo l’avrebbe portata a riunirsi con altri membri della sua famiglia. Alcuni vivevano in Europa, altri in Asia. Si riunivano tutti in Italia, da Milano a Siena, poi a Roma fin giù al sud. Mi chiese se era la stagione adatta per le ciliegie. Lei adorava le ciliegie.

 

Ripenso spesso alle storie meravigliose e così diverse delle due donne tra le quali ero capitata, in quel giro di mondo, in quell’aeroplano.

 

Un giorno di qualche anno prima, in un giro di mondo verso l’Egitto, incontrai Janajjpacha.

 

Janajjpacha era uno studente americano di origini ecuadoregne e studiava a Roma. Era in viaggio da solo, il suo sogno era vedere le piramidi. 

Aveva la mia età. Mi ricordo che, quando presi posto sul mio sedile grigio, lui mi salutò e cominciò a fare conversazione.

 Anch’io viaggiavo da sola.

 A pensarci bene, quello era il mio primo viaggio da sola. Il primo vero viaggio da sola. Di quelli che hai organizzato tutto da sola, verso un luogo dove farai cose da sola e incontrerai tanta gente, da sola, di quelli che non sei nemmeno così convinta che riuscirai davvero, da sola, a cavare il tuo ragno dal buco.

 Per questo fui molto contenta di avere qualcuno con cui fare conversazione, in quel giro di mondo.

 Janajjpacha parlava inglese. Anzi no, parlava americano. Della conversazione che avevamo intavolato capivo circa la metà. Per il resto mi limitavo ad annuire. Però lui era gentile, faceva finta di niente quando annuivo invece di rispondere e quando rispondevo a delle affermazioni che domande non erano. Aveva grande pazienza quando gli chiedevo di ripetere perché speravo di cogliere meglio al secondo tentativo.

 Quando l’aeroplano atterrò ad Alessandria, Janajjpacha proseguì per la terra delle piramidi. Ma volle tornare a trovarmi per raccontarmi della magia che aveva visto nel deserto e perché ci eravamo fatti una promessa: andare a vedere se la biblioteca era davvero così maestosa come tutti ci avevano raccontato.

 Era grande e luminosa, sì, quella casa dei libri dove fingemmo di leggere classici arabi in lingua originale solo per annusare la carta delle pagine. E poi, fuori dalla grande casa dei libri, ci imbattemmo in una veglia funebre. Un tappeto blu acceso copriva la strada, le lampade ad olio d’argento facevano l’aria luccicante. Un gruppo di ragazzi ci si avvicinò. Dimostrarono subito l’ospitalità locale coi modi che si confanno ai rispettivi sessi. Una composta stretta di mano alla ragazza e un sonoro bacio con schiocco al ragazzo. Janajjpacha rimase di stucco, quasi pietrificato, non se l’aspettava tutto quell’affetto. Io, dal canto mio, sentivo lo stomaco attorcigliarsi dal ridere mentre gli occhi del povero Janajjpacha, sgranati dalla sorpresa, si ritiravano poco a poco. Ridi di me o con me?

 Me lo chiedeva sempre, quando ridevo ai suoi racconti.

 Dentro al locale angusto dove entrammo per la cena, Janajjpacha mi raccontò di quando aveva rischiato di dar fuoco ai capelli con la fiamma del fornello acceso, mentre stava piegato a controllare l’arrosto in forno. – Fire!!! – Aveva gridato. -Proprio come nei film! – Avevo pensato. Quando l’attore americano grida – Al fuoco!- Ed anche allora risi tanto. Ed anche allora lui mi chiese: Ridi di me o con me?

 Lui ordinò del pollo. Da bere succo d’arancia per tutti e due. Asir burtuqal. Ci destreggiammo nel nostro arabo esilarante.

 Voleva imparare l’italiano. Mi chiese di fargli da maestra. Così gli insegnai presente, passato e futuro indicativo del verbo andare. Era fiero di aver imparato a dire ‘Io andrò’ e lo ripeteva sempre, come per paura di dimenticarlo.

Ma ciò che gli piaceva più di tutto non erano i verbi. Ciò che gli piaceva un sacco era l’espressione tipicamente italiana ‘Mi piace un sacco’.

 A tarda sera, mentre il trambusto della Corniche alessandrina non accennava ancora a quietarsi, pur assopendosi un po’, prendemmo un taxi che mi riportò a casa e riportò Janajjpacha alla stazione dei treni. Da lì, in un altro giro di mondo, sarebbe tornato alle piramidi, poi a Roma e infine tra le pareti della sua casa lontana lontana.

 Mi capita ancora di ridere tanto alle storie di Janajjpacha. E ancora capita che lui mi chieda se rido di lui o con lui.

Ed io rispondo sempre che rido con lui.

A lui posso raccontare le storie delle altre meravigliose persone che ho incontrato, che incontro e incontrerò nei miei giri di mondo.

 Perché se sei fortunata, ma davvero fortunata, anche questo accade, nei giri di mondo sugli aeroplani.

 

 

© Verena Bruno and Lastradaperfuraha.wordpress.com, 2012. Unauthorized use and/or duplication of this material without express and written permission from this blog’s author and/or owner is strictly prohibited. Excerpts and links may be used, provided that full and clear credit is given to Verena Bruno and Lastradaperfuraha.wordpress.com with appropriate and specific direction to the original content.

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