Lilian muore ogni giorno – Korogocho, Novembre 2012

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marzo 8, 2013 di furahaa

In Africa la gente muore. Muore continuamente. All’improvviso, così, senza un motivo apparente, senza una causa chiara, lasciando chi rimane vivo nel dubbio, talvolta nello sgomento, o semplicemente nella rassegnazione tipica di chi sa che in questo mondo la morte è parte del gioco. Molto più di quanto lo sia in qualche altro luogo.

In Africa le donne muoiono ancora di parto. Se ne vanno perché non c’è ancora una cultura radicata dell’assistenza medica adeguata, o semplicemente perché chi ha la cultura non ha i soldi per farsi assistere in un ospedale vero.

Oggi se n’è andata Lilian. Era una delle mamme del nostro progetto di sostegno femminile, le nostre tre mamme della bottega delle borse palla, a korogocho.

Lilian era la più solare, creativa, era sveglia, trainava il gruppo che faceva sempre un po’ fatica a trovare una motivazione. Lilian mi aveva cucito la borsa di kanga verde e gialla che mi porto sempre dietro. La cerniera non andava bene. Lei me l’aveva sostituita in quattro e quattr’otto con le mani esperte. Erano mani esperte quanto giovani. Aveva forse 30 anni. Un viso angelico, le guance paffute, la pelle nera e liscia. Il suo sorriso non era un sorriso felice, nascondeva un po’di tristezza, forse l’amarezza di chi vive in uno slum e in fondo sa che la sua vita finirà lì, non molto lontano.

Eppure Lilian sorrideva sempre.

Non aveva i soldi per pagare il ricovero al N. hospital né per un altro ospedale più economico. È andata a partorire in una di quelle cliniche fasulle, una stanzetta come tante altre, con la porta di ferro dipinta d’azzurro in una strada qualunque di korogocho. Medical clinic & Maternity 24 Hours. Cosi diceva la scritta sulla facciata sopra la porta, dipinta a mano di nero. L’ho vista quando stamattina siamo andati, con la sorella e una delle altre donne dello shop, a prendere il referto di morte da portare all’ospedale, quello vero.

Stamattina, dopo lezione, ho deciso di passare a casa della ragazza, a salutare, come usanza richiede, la famiglia. Beverline, una delle due colleghe dello shop, mi accompagna. Nella casetta di mattoni dove Lilian abitava trovo, insieme ad Eveline, sua sorella, anche Grace, l’altra collega e Eunice, insegnante della scuola e amica stretta di Eveline. Sono sedute su dei gradini all’esterno, accasciate l’una sull’altra, sfinite dal dolore. Ci abbracciamo senza parlare prima di entrare. Dentro c’è il marito e una donna più anziana, penso sia la mamma ma poi mi viene detto che la madre è mancata diversi anni fa. Forse è una zia. Indossa un abito di kitenge verde, con delle stampe gialle e arancio che mi ricordano sigarette di cotone. In testa ha un foulard a righine sottili di tanti colori. Ha un volto provato, gli occhi lucidi, le guance contratte forse dal troppo pianto, le unghie sono laccate di un color sabbia lucente. Sembra molto curata, come fosse stata ad un ricevimento il giorno prima, incapace di pensare alla disgrazia che sarebbe avvenuta di lì a poco. E’ una donna dalla grande stazza, come le donne africane che ci si immagina sempre, piene nel corpo cosi come nella loro esperienza di vita.

Oggi la sua forza è piegata dalla perdita della nipote. Ogni tanto si piega su un fianco,con il braccio a sostenerle la testa. Poi guada gli altri intorno a sé, e diviene di nuovo forte, come se pensasse che è lei quella che dovrà sostenere tutti gli altri, anche oggi.

Nella stanza quadrata coi divani tutt’intorno e le pareti beige rivestite di pizzo bianco, tutti stiamo seduti in silenzio. Tutti a piedi nudi. Le scarpe, come sempre, si lasciano all’entrata. Io sono l’unica a non averle tolte. Se l’avessi fatto mi avrebbero pregata di tenerle, perché sanno che in Europa non si usa e vogliono mettermi a mio agio. Cosi me ne sto in silenzio coi piedi incrociati, le mie scarpe di tela rosa un po’ fuori luogo per l’occasione. Ma anche di quello loro non si curano.

Sulla parete, in un angolo, c’è già la foto di Lilian, l’ultima foto dei saluti.

E’ un giorno di lutto, ma lo stereo in sottofondo è acceso anche oggi. La musica non è ritmata come al solito, è piuttosto una nenia soave. La zia ne ascolta le parole, le ripete, a tratti la intona. Qualcuno tiene il tempo con le dita dei piedi. A un tratto la zia solleva un braccio, accenna un ballo, come fosse in discoteca. Poi ritorna quieta, stringe il fazzoletto tra le dita laccate, sospira forte.

‘Vieni, ti faccio vedere il bambino’. Mi dice Eveline. Il piccolino è lì, nella stanza accanto, avvolto in tre o quattro coperte, un fagottino con i pugnetti stretti e gli occhi chiusi, dorme beato, è grande! Somiglia tanto alla sua mamma, non sa che l’ha già persa e che sarà lui a ricordarla agli altri con la sua vita che sta iniziando proprio ora.

Oggi è uno di quei giorni in cui mi torna i mente il mondo della maternità. Quel mondo che ho studiato e a cui mi sono appassionata negli studi, nei viaggi e negli incontri. Penso all’assurdo di vedere madri morire perché non c’è ancora al mondo un diritto universale all’essere curate, accudite, protette. O per lo meno, non è un diritto che diviene reale. E le donne continuano a morire.

Oggi è la giornata mondiale di lotta alle violenze contro le donne. Ditemi se quella della mancata assistenza al parto non è una violenza. Adesso ditemi che non siamo noi, che ci riempiamo la bocca con progetti, fondi, idee e castelli campati in aria, e poi non siamo buoni nemmeno a far sopravvivere una donna al suo bambino. Ditemi che non siamo stati noi a uccidere Lilian.

Lilian non doveva morire.

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