SAFARI! Ovvero un tranquillo weekend di paura – (Maasai Mara National Reserve – 24 Agosto 2012)

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dicembre 2, 2012 di furahaa

Ore 6.45, la sveglia suona, la casa dei volontari è in subbuglio, porte si aprono, cigolano, si richiudono, in cucina qualcuno è già ai fornelli, il pane è a tostare, il latte a scaldare, fuori c’è il sole!

Zaini in spalla, alle sette e mezzo siamo tutti pronti, salutiamo il villaggio tirandoci dietro la porta pesante del cancello azzurro di ferro.

Il nostro Driver, Cyrus, arriva puntuale. Tutti a bordo del matatu che sarà la nostra casa e il luogo delle forti emozioni tra leoni e grandi migrazioni per i prossimi tre giorni.

Per l’occasione ho perfino rispolverato i miei Rayban.

Tutt’attorno Utawala ancora sonnecchia qua e là, ma noi siamo già verso la Rift valley, niente e nessuno ci potrà fermare.

Un’ora dopo, ahimè, contro ogni volontà o pronostico, siamo già costretti a fare la prima sosta. Il motore si sta surriscaldando! C’è un problema al tappo del serbatoio dell’acqua, mi dice il driver, chi ha sistemato il mezzo prima di partire non ha fatto un buon lavoro, ci ha messo un tappo non originale e adesso perde acqua.

Vabè, pazienza, aggiungiamo acqua, aspettiamo che il motore si raffreddi e ripartiamo. Per fermarci di nuovo dopo pochi chilometri. Di nuovo, troppo caldo.

I ragazzi, entusiasti del paesaggio e del viaggio, ancora non si curano delle soste e degli intoppi. Scattano foto e si godono l’ambiente circostante, finalmente un po’ di aria buona, lontani da Nairobi e il suo grigiume.

Facendo soste qua e là nei vari agglomerati urbani sulla strada, alla ricerca di un tappo originale, dopo tre soste e altrettanti rabbocchi, una scorpacciata di pannocchie arrosto nell’attesa, per la gioia dei venditori ambulanti, il tappo è sistemato alla meglio, forse possiamo proseguire. Ma ecco che ad un tratto un rumore insolito mi distoglie dal paesaggio lussureggiante. E’ come se si fosse staccata una candela – penso dall’alto della mia esperienza in fatto di motori. Boh, di certo qualcosa non va. Pipe Disconnection – dice Cyrus, mi sto ancora chiedendo cosa volesse dire.

Morale della favola, bisogna fare un’altra sosta d’emergenza.

Stiamo percorrendo una strada lunga e polverosa, facciamo una curva, ecco l’officina meccanica. Ce n’è sempre una quando serve, da queste parti. At least! Meno male!

L’attesa stavolta è lunga, almeno un’ora. Mentre Cyrus smanetta insieme ai suoi fidati amici meccanici – sembra si conoscano da sempre, invece è solo la tipica solidarietà africana – i ragazzi partono all’esplorazione della strada dove ci siamo fermati. Alcuni di loro scattano foto, altri annoiati, si accasciano sul marciapiede.

Intorno a noi, alcune botteghe di sarti, un coiffeur – cool cutz – tagli di tendenza – recita l’insegna con tanto di freccia verso l’interno. Gli abitanti di quel posto ci guardano un po’ sospettosi. Siamo decisamente fuori luogo, qui.

Ripartiamo, ma la strada sarà breve prima che la benedetta pipe si disconnetta di nuovo. Altro giro, altra sosta. In un altro di quegli agglomerati di casette, baracche dai tetti di lamiera e le pareti colorate di colori accesi, verde mela, giallo, rosso. L’ambiente comincia a cambiare, si evolve, siamo sempre più vicini alla terra dei Maasai, o forse ci siamo già arrivati. In questo posto più popolato tutti i ragazzi indossano il mantello Maasai, le facce sono Maasai, scarne e cupe, i lobi delle orecchie bucati e penduli, sempre più allungati.

Mi siedo per terra, all’ombra di alcune baracche, devono essere botteghe, ma sono chiuse. Alcuni dei volontari si siedono con me, passiamo il tempo a mangiucchiare ciò che ci eravamo portati come snack, panini al ceddar e marmellata red plum, patatine, ciccio polenta al pomodoro. Tremende, ma un modo come un altro per passare un buon quarto d’ora. Poi comincio a guardare la vita scorrere, lì, in quella strada, in quell’angolino di mondo dove il nostro bus aveva deciso di rompersi di nuovo. Un vecchio Maasai passa col suo passo lento, le scarpe di cuoio, avvolto nella sua coperta aranciata, i lobi delle orecchie sono allungati e bucati. Ha una faccia simpatica, un’aria vissuta. Quante cose deve aver visto passare, in quella strada. Si ferma un momento, a guardarmi, con gli occhi anziani e furbi, mentre gli scatto una foto.

Quando gli snacks finiscono, decido di fare un giro verso le baracche colorate, di fronte a me. Sono tutte negozietti di soda e generi alimentari, ma vendono anche coperte Maasai! Entro in uno a caso, ma non troppo. Dentro c’è una signora tutta agghindata di perline, bracciali e orecchini, ha un’aria negligente ed austera. Con la scusa di una soda baridi mi trattengo un po’con lei, facendo grandi sforzi per pronunciare in un sol discorso tutte le parole di swahili del mio scarno vocabolario. Non ho molto successo, lei rimane sulle sue, il venditore peggio di peggio. Sono strani i Maasai, non molto ospitali, freddi, quasi infastiditi. Probabilmente perché avranno le scatole piene di chi li indica come uno dei simboli più noti della cultura keniota. O forse solo perchè gli piace farsi i fatti loro.

Alcuni venditori ci indicano un posto dove trovare una coca cola fresca. Il bar! C’è un bar?? E’ proprio lì, dietro l’angolo, la porta è aperta e dietro la tenda bianca cullata dal vento si sente vociare di uomini e donne che ci invitano ad entrare – karibu! Have a sit! Che posto surreale – penso subito, un po’ intimidita.

Poco prima di entrare mi volto. Controluce, nella savana, scorgo la sagoma di un Maasai che si avvicina. Cerco di fargli una foto ma lui mi minaccia da lontano, agitando il suo bastone. Scusa, come non detto! Mi volto di nuovo, tiro su la tenda bianca con una mano ed entro nel bar.

Non sono da sola, con me c’è una delle volontarie, in avanscoperta al mio capezzale. Ordiniamo una coca. La donna e i due tizi seduti al tavolo ci fanno spazio. Uno di loro è più loquace, l’altro paffuto, sembra capire meno l’inglese. Ed è anche alticcio, mi sa. La donna si prende una Tusker. Mi guardo intorno, le pareti sono tutte dipinte con disegni di savana, foresta e animali. Sempre più surreale. E ancora di più quando una sagoma magra e alta entra, facendo ombra per un attimo alla luce che invade la stanza dall’esterno. Ma.. è il Maasai! Quello che non voleva farsi fotografare un attimo prima!!! Si siede, oops.. lui sì che è veramente ubriaco! Tira fuori dal mantello una boccetta di whisky e comincia a chiedere foto di sè mentre beve. Sempre, sempre più surreale.

Sul più bello i ragazzi arrivano a chiamarci, il matatu ora è a posto, si riparte! Il conto è però salato, ma come? Solo una soda. Ah no, ci stanno provando, vogliono farci pagare anche il whisky e la birra, ecco il motivo di tanta ospitalità.

Paghiamo la parte della nostra consumazione e ce ne andiamo, passando di nuovo attraverso la tenda bianca, accesso unico a quel luogo altrettanto particolare.

Passata Narok, ultima cittadina prima del parco, la strada diventa sterrata.

Siamo in forte ritardo, avremmo già dovuto essere al campo. Sarà per questo motivo che il driver ha deciso di non prestare attenzione alle buche e alle pietre che punteggiano la terra rossastra, sta correndo come un matto. Mi volto un momento a guardare che dietro di me sia tutto ok, i ragazzi hanno perso l’espressione gioiosa da gita di terza media, ora sono un po’ preoccupati. Sobbalzano sui sedili, qualcuno cerca di sorseggiare un succo di mango, ma è presto costretto a rinunciare all’impresa. Ma perché corre così? – mi chiedono, cercando di trovare una spiegazione efficace. Quella che gli fornisco è che vuole evitare di arrivare con il buio. Tutti sanno che spostarsi al buio nella savana è sconsigliabile. Se per qualche ragione dovessimo avere altri guasti al motore, non sarebbe carino dover scendere dalla vettura senza sapere cosa abbiamo intorno. I predatori sono in agguato, di notte!

La spiegazione ha convinto i ragazzi, non so se ha convinto me stessa. Soprattutto perchè a Narok il driver ha comprato una confezione di uova e mi ha gentilmente invitata a tenerle sulle ginocchia, una volta che la strada fosse diventata accidentata. Beh, io ci provo a tenerle ferme, ma sono quasi del tutto sicura che siano già diventate frittata.

Sta correndo davvero tanto, si arrampica sulla parte meno segnata dalle macchine che in passando e ripassando hanno creato i solchi, rimane sul bordo, il matatu si inclina pericolosamente, il parafango e la carlinga grattano contro il terreno, Cyrus sembra non curarsene. Finiremo per cappottare – penso, ma mi guardo bene dal dare a vedere la mia preoccupazione. Meglio non generare panico finchè non saremo arrivati, sani e salvi, al campo.

Mancano venti minuti alla chiusura del Maasai Mara. Siamo tutti molto stanchi ma decidiamo di fare un breve safari prima di fare base al campo. Col suo tramonto aranciato la riserva naturale sembra darci appuntamento al giorno seguente.

Il nostro campo si chiama Marachui. Chui vuol dire ghepardo. Il nome deriva dal fatto che, in passato, un ghepardo fosse solito aggirarsi tra le fronde e le abitazioni di questo posto.
Le tende sono accoglienti, la cena servita sotto un gazebo di paglia, essenziale ma rifocillante, dopo la giornata di soste e attese. Ci intratteniamo con il personale Maasai attorno al fuoco, avvolto nel suo mantello a quadri rossi e blu. Poi ci diamo la buonanotte, pensando già a cosa sarà domani.

L’indomani mattina siamo tutti pronti per il nostro primo vero safari. Ne ho già fatti tanti, ma l’entusiasmo è sempre vivo. Varcati i cancelli del parco, appena fuori il nostro campo, i suoi abitanti si stanno svegliando. Gazelle, facoceri sculettanti in fila indiana, gnu un po’ rincitrulliti ci passano di fianco, ai lati del sentiero. Alcune giraffe fanno colazione strappando foglie dai rami di alcuni alberelli non troppo alti. Le zebre si mischiano alla folla di gnu in migrazione, a volte in fila ordinata, altre confusi e sparsi per il suolo verde e a tratti brullo.

Posso farti una domanda? – Mi chiede d’un tratto Cyrus. – Certo.- – Secondo te le zebre sono tutte uguali? – – Mhh.. sì? – – E invece no, ognuna ha delle strisce diverse, sono come impronte digitali- Ah sì! Avevo già sentito questa storia, in qualche altro safari, non ricordo dove. Approfitto del momento superquark e parto con le domande: ma perché sono bianche e nere? Non sembra un colore che si mimetizza con l’ambiente. Cyrus mi spiega che i predatori vedono in bianco e nero, perciò le zebre si mimetizzano e come! Anche questa storia della vista black and white non mi è nuova, ora che ci penso. Continuo tuttavia a discorrere di zebre, immaginando il momento storico in cui hanno cominciato ad evolvere la colorazione del loro manto.. chissà – penso ad alta voce- forse una volta erano tutte bianche.. e Cyrus, che era ancora a mia insaputa parte attiva del discorso, mi fa notare: o forse erano nere!

Col dubbio rimasto insoluto, continuiamo a percorrere il sentiero, andando su e giù per le colline, passando per zone più pianeggianti e a tratti soleggiate.

Poi, un po’ più in là, scorgiamo un agglomerato di matatu bianchi.. c’è qualcosa laggiù. E’ un ghepardo..cheetah! Cyrus si addentra nella radura, esce fuori dal sentiero e cerca la posizione migliore per avvistare lo sfuggente animaletto, disturbato forse proprio quando voleva starsene tranquillo a sonnecchiare dopo la caccia notturna. Ma i drivers non demordono, lo seguono, si girano e rigirano, azzardano manovre tra i cespugli e le sterpaglie. Eccolo, è lì, si allontana, ora si nasconde sotto quel cespuglio, non lo perdiamo.. stonk! Ecco che nella foga di star dietro al gattone a macchie, prendiamo in pieno un tronco reciso, e di nuovo qualcosa, là sotto, si rompe. Di nuovo un rumore grave, acuto. I matatu e i loro passeggeri si allontanano, sazi della vista del bel felino. Noi altri rimaniamo lì, non possiamo più proseguire. Qualcuno verrà a recuperarci. Nel frattempo il sole delle 11 comincia a picchiare forte. Non si scende assolutamente dal matatu, ricordate che c’è un ghepardo qui fuori, da qualche parte. Cerco di fare un po’ di terrorismo psicologico ai più svampiti, che se ne andrebbero tranquillamente a zonzo come fossimo nel parco del Gran Sasso.

Abbiamo il nostro pranzo al sacco, dopo un’ora e mezza d’attesa decidiamo che è arrivata l’ora di mangiarlo.

Nel frattempo Cyrus sta attaccato al telefono, in collegamento con i presunti amici che verranno a recuperarci con un altro mezzo. Gli da indicazioni sulla strada da seguire per raggiungerci, chissà come faranno ad orientarsi, qui – mi chiedo – devono conoscere il parco davvero bene.

Quando il nuovo mezzo arriva a prenderci, abbandoniamo i tre tipi che sono venuti a salvarci col nostro vecchio van. Lo ripareranno e per domani sarà di nuovo pronto.

Riprendiamo l’esplorazione, un po’distrutti dal caldo, ma ancora speranzosi d’incontrare leoni ed elefanti!
Al pomeriggio il cielo si fa plumbeo, ci dirigiamo verso il fiume, al confine dell’estremo sud con la Tanzania, il Serengeti. Quando arriviamo alla roccia che ne indica il limite, un vento di bufera comincia a sollevare la terra rossa, gocce grosse di pioggia cadono giù pesanti. Scendiamo un momento, il tempo di scattare una foto di gruppo, ma la tempesta incombente ci obbliga a risalire in macchina. Non possiamo fare altrimenti, la pioggia è troppo forte. Ma l’autista non teme nulla, riparte a tutto gas, a spron battuto, e cos’avrà adesso da correre? – mi chiedono i ragazzi- stavolta una spiegazione valida non ce l’ho. Boh, vorrà arrivare al fiume, e poi all’uscita del parco prima che faccia buio? Di nuovo? Ma con questa pioggia, il fango, è il caso di rischiare un impantanamento? Detto fatto, in un avvallamento del terreno preso male, la ruota destra slitta, plana, il veicolo si inclina verso destra. In sovrappensiero per un momento ritorno ad essere vigile, mentre faccio un volo dritta verso il finestrino opposto, mi aggrappo alla leva del cambio, per un pelo evito di fracassarmi la testa contro il vetro. Il matatu si ferma di botto, per fortuna un secondo prima di finire cappottato. Cyrus, tranquillo, esclama: la marcia è uscita quando ti sei aggrappata al cambio. Ah adesso sarebbe colpa mia??? Tutti fuori, c’è poco da fare, siamo impantanati!

La pioggia batte sui vetri e sulle felpe zuppe d’acqua, cola dai volti bagnati fradici. Dobbiamo spingere, far dondolare il van, a destra e a sinistra, cercando di rimetterlo dritto e di far poggiare la ruota posteriore sinistra, che ora è sospesa nel vuoto, altrimenti non farà mai presa sul terreno.

I ragazzi si mettono tutti all’opera, chi spinge, chi da gas, chi comincia a strappare sterpaglie da posizionare sotto la ruota, per fare spessore. Qualcuno, nel delirio della pioggia e del fango, scivola sullo strato di melma marrone scuro, rimanendo in equilibrio per miracolo sulle braccia. Nel frattempo, Cyrus, finalmente visibilmente preoccupato, si rimette al telefono, cercando di contattare altri ipotetici misteriosi amici che ci vengano a riprendere. Sta facendo buio, ADESSO sì che abbiamo un problema.
Dopo un’ora di spingi, dondola e tira, il matatu non si è mosso di mezzo millimetro. L’unica cosa da fare è essere trainati via dal fango, ci serve un’altra vettura!

Decidiamo di rientrare, siamo tutti zuppi, infreddoliti, pieni di fango. Ci mettiamo al caldo, dentro l’abitacolo.

Cyrus è sempre attaccato al telefono, mentre i ragazzi, chiusi dentro, mangiucchiano matoke dagli ultimi pacchetti superstiti.

Decido di andare a sondare il terreno, scendo dal van, attenta a non scapicollare sul fango sempre più viscido sotto i miei piedi. Mi avvicino a Cyrus, gli chiedo- allora, arrivano? – Sì, sono laggiù..- mi indica una zona non ben identificata, oltre la collina.. Mah.

A sinistra, le giraffe si fanno sempre più vicine, col loro passo lento, mentre mangiano foglie dai rami intorno al matatu. Ormai non fanno più caso a noi. Più in là, la luce del tramonto tinge tutto di rosa, poi arancio e giallo. Ad un tratto la mandria di gnu che pascolava mite nella radura comincia a divenire nervosa, alcuni capi corrono, si spostano nella nostra direzione. – Non so cosa succede laggiù.. forse c’è un predatore- dice Cyrus, nella sua ormai nota tranquillità — Un predatore??? Ma.. allora non è il caso di rientrare in macchina??- rispondo, un po’ allarmata – No- mi risponde sorridendo.

Quello davanti a noi è lo spettacolo più bello che io abbia mai visto durante un safari. Anche Cyrus è della stessa idea.
Dietro di noi, i ragazzi chiusi dentro ciarlano e a tratti si assopiscono. Ma in quel momento non ci sono più matatu, tutt’intorno è solo savana.

La magia del momento si dissolve in un soffio, quando dalla collina vediamo sbucare tre jeep, sono loro, quelli che ci aiuteranno! In realtà sono invece altri turisti, a bordo di macchine molto più serie della nostra, che si trovano per caso a passare di là. Prendo la coperta Maasai che una delle volontarie sfoggia per sentirsi più osservata nel suo egocentrismo adolescenziale. La sventolo forte per attirare l’attenzione. Ci vedono, si avvicinano e finalmente ci tirano fuori dal pantano. Ripartiamo, sconvolti e infreddoliti. Mi avvolgo nella pashmina viola che avevo comprato due anni fa, al Maasai market. Trovo solo un lieve sollievo al freddo che mi penetra dentro, mentre fuori scende la sera, alcuni elefanti attraversano, rivendicando i diritti di quella terra. Ci fermiamo solo un attimo a guardarli passare, in silenzio. Poi torniamo al campo, al fuoco, mi tolgo le scarpe, le metto ad asciugare dall’acqua e dal fango, chiudo gli occhi, sento il tepore che mi scalda, la giornata volge al termine, tanta fatica, un’emozione.

Domenica mattina. La partenza è anticipata per recuperare il tempo perduto tra impantani e rotture varie, il nostro vecchio van è tornato, riparato, speriamo che resista! Lo pensiamo tutti ma nessuno lo confessa.

Il safari scorre tranquillo, tra leoni sonnecchianti all’ombra delle fronde, mandrie in migrazione, un ghepardo curioso col suo albero spoglio. Nessun collasso del motore, nessun pezzo che si stacca, acqua che manca, disconnessioni varie.

Riprendiamo la strada verso casa, con gli occhi pieni di ricordi belli, perché nonostante le disavventure, è stato un weekend che non dimenticheremo.

Eh già. Cyrus.. non è il caso di fermarci? Così facciamo una sosta pipì, prendiamo un thè caldo, facciamo riposare il motore. Sento un calore insolito sotto di me, così mi premuro di fare una sosta per dare tregua ai ragazzi rannicchiati nei sedili da 4 ore. E anche al povero vecchio matatu. Se vuoi mi fermo – mi risponde il driver, senza curarsi delle necessità idrauliche e meccaniche della nostra carovana. Fosse per lui, avrebbe tirato dritto senza soste fino in città.

Facciamo sosta al belvedere della Rift Valley, lo stesso dove ci eravamo fermati all’inizio della nostra avventura. – Ahi ahi ahi, big problem! – No Cyrus, non me lo dire! Un fumo denso e bianco viene fuori dal motore, sotto il mio sedile. Lo sapevo che stavamo andando a fuoco! E meno male che gli ho detto di fermarsi, altrimenti chissà che brutta fine avremmo fatto!!! Ecco cosa avrei voluto urlargli contro, trattenuta solo da quello sguardo spento e a tratti disperato, al pensiero di dover fronteggiare l’ennesimo guasto.

Ok Cyrus, risolveremo anche questo. Non so se manca l’acqua o cosa diamine altro ancora, non lo voglio sapere. Andiamo ragazzi, prendiamo un thè.

Dentro, il baretto della rift valley è tutto dipinto di rosa! La lamiera che si intravede sotto la vernice è resa confortevole da quel colore un po’ kitch. Fuori, la Rift Valley si estende verso il Mozambico a Ovest, corre sotto il mare, fino ad Israele, a Est. Una delle più grandi meraviglie della natura sembra sussurrare parole incomprensibili, che cerco in tutti i modi di ascoltare e comprendere. Sento il thè bollente andare giù, fino allo stomaco. Lo zucchero di canna lo rende più dolce del solito.

Il nostro matatu è proprio morto, ripartiamo ma riusciamo appena a fare 20 metri, dobbiamo fermarci. Rischiamo di essere investiti da uno di quei tir che passano tra le curve. C’è un posto di polizia, tra la vegetazione, una sorta di police station locale. Ci fermiamo, non abbiamo molte alternative. E adesso che si fa? Si torna in autostop, che domande!

Cyrus e il capo di polizia, un signore panciuto e serioso, cercano di fermare matatu vuoti che ci possano ospitare tutti. Non hanno molti risultati. Ci provo io! Esclamo, improvvisamente consapevole delle capacità insite nel fatto di essere una donna, e per giunta bianca.

Ok – mi dice Cyrus, sorridendo, ma ti dico io quale fermare.. ecco, questo! Tiro su il pollice, sicura come non mai della mia sensualità, coi capelli luridi e i vestiti inzaccherati di fango, erba e sterco. Eppure fiera di essere donna, mai come adesso.

Il tipo si ferma, scambia due parole con Cyrus, si mettono d’accordo sul prezzo da pagare, poi l’omino mi rivolge uno sguardo, gli sorrido, sempre più decisa a ottenere quel passaggio.

Siamo di nuovo in viaggio, mancano 40 km a Nairobi, l’aria diventa di nuovo densa di smog, cosa potrà succederci ancora? Il cancello di casa ci appare come un miraggio, un’ora dopo. Il nostro viaggio finisce qui, il suo ricordo resterà per sempre!

© Verena Bruno and Lastradaperfuraha.wordpress.com, 2012. Unauthorized use and/or duplication of this material without express and written permission from this blog’s author and/or owner is strictly prohibited. Excerpts and links may be used, provided that full and clear credit is given to Verena Bruno and Lastradaperfuraha.wordpress.com with appropriate and specific direction to the original content.

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