Karibu Oleng Maasai Land – (Kilimanjaro – 12 Ottobre 2012)

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novembre 28, 2012 di furahaa

Eccomi, sono qui, sempre nello stesso luogo, mi sono accorta che è un mese che non scrivo. Un mese di mattini sempre uguali, frenetici, giù per la strada deforme di Utawala, a tratti lenti, quasi statici, nel villaggio. Settembre è passato e anche già metà ottobre.

Lo scorso fine settimana sono stata a Rombo, un paesino alle falde del Kilimanjaro.

Solo pochi chilometri fuori Nairobi si respira aria buona. Quell’aria che manca quando si va giù in città, sporcata dal catrame di fumo nero che sgorga dai matatu, dalle auto e dai catorci che scarrozzano gente nel grigiore del downtown. La stessa aria che seppur pulita è resa irrespirabile, malata, dalla polvere rossastra che si solleva mentre percorriamo la solita strada deforme, fuori dal cancello.

Le nuvole si stagliano appena all’orizzonte. Non pioverà. La stagione delle piccole piogge dovrebbe arrivare a giorni. Tutti qui la temono. Io la desidero. Se non altro per vedere come sarà, oltre che per la voglia di veder sparire per un po’ quel sole cocente che esplode ogni giorno, alle due del pomeriggio, mentre si rientra sfatti dalle baraccopoli e per veder lavare via la polvere che si deposita tutt’attorno.

Nascosto dalle nuvole, alla fine della distesa di savana, è lì, il gigante placido, il Kilimanjaro! Non se ne vede che la base, imponente, annebbiata, la cima non si mostra. Le nuvole sembrano farsi beffa di me, ne nascondono la parte più bella.

La casa dei volontari che mi ospita per qualche notte è fatta di legno chiaro. Rebecca, la signora che la gestisce, è deliziosa. Come i pranzetti e le cenette che la dolce signora mi prepara con cura.

La scuola è a sei chilometri di distanza dalla casa dei volontari.

La prima volta ci sono andata in moto. Tutt’intorno la vegetazione rigogliosa e a tratti brulla, nasconde meraviglie del genere umano che mi riempiono gli occhi di stupore. Una donna adornata di orecchini e mantelli dalle striature rosse, gialle, blu e arancio, cammina nel senso opposto, trasportando dei fasci sottili di legname. Li tiene insieme con un laccio, di gomma o di cuoio, non ho capito bene. E lo tiene sulla fronte, bilanciandone il peso con quello del suo corpo piegato un po’ in avanti. Solleva appena la testa a guardare, attirata dal rombo della moto. E prosegue, curva e dondolante.

Più avanti un pastore dalle orecchie pendule guida il suo gregge di vacche dal manto marrone, sembra vellutato. Strano, con la polvere che c’è!

Alcuni bambini si dirigono verso la scuola. Mi salutano, continuano a seguire con lo sguardo la moto che romba verso il bush.

Eccola lì la scuola, quando, dopo una deviazione dalla strada principale verso l’interno, schivando rami e sterpaglie, si intravede l’edificio centrale, in muratura. Intorno altre classi, fatte di legno spesso.

I maestri sono lì ad aspettarci. I bambini arrivano dal bush, non capisco bene da dove, non ho visto molte case lungo la strada, eppure eccoli lì, come fantasmi colorati, i più piccolini accompagnati dalle mamme. Potrebbero sembrarne le nonne, dimostrano cinquanta, alcune sessant’ anni. Magari ne hanno solo trenta. Forse meno. La pelle nera non è arsa dal sole, sembra ben curata. Ma i volti, quelli sì, sono secchi, un po’ provati da un clima ostile, ma non abbastanza da lasciarli decadere dalle loro usanze a tradizioni, dai loro ornamenti, dal loro modo di sentirsi eleganti.

A me sembrano delle regine, quelle donne così secche e fiere nei loro gioielli.

Alcune di loro si mettono in posa alla vista della macchina fotografica. Non lo fanno come lo fa chi sa di essere davanti a un turista. Piuttosto come chi sa di essere davanti a una straniera che riprende il luogo nuovo. Loro sono parte del luogo. Loro devono essere nella foto. Come se non esistesse identità di quel luogo se non fatto dei loro corpi, della loro presenza.

La seconda volta che sono stata alla scuola Maasai, sono andata a piedi. Uno degli insegnanti mi accompagna. Un uomo coi sandali di cuoio e il suo mantello a quadri rosso e blu, il bastone a sorreggerlo mentre traina la sua bicicletta a piedi, sta percorrendo la nostra stessa strada, davanti a noi. Rubo qualche foto di lui di spalle. È meraviglioso! Si volta spesso a controllare. Sa di essere osservato.

Poi facciamo una deviazione, dalla strada principale ci inoltriamo verso i luoghi nascosti delle casette di legno, ecco dov’erano le abitazioni che non vedevo, dove vivono i piccolini che ogni giorno di buona lena si mettono in cammino verso la scuola! Nascoste tra bananeti, grandi acacie sui cui rami, alle estremità, tanti piccoli nidi sembrano palline di Natale in stile africano, campi di granturco. Lì, nascosto, scopro un brulicare di vita inaspettato.

C’è un punto in cui la vegetazione si dirada. Alcune case disposte una vicino all’altra, formano una specie di cortile interno, una donna anziana dai capelli bianchi, coperta dai suoi mantelli a strisce, di tanti colori quanti sono gli strati, è seduta sull’uscio di una delle case, le pareti fatte di un’amalgama di fango e rami secchi, storti e nodosi. La vecchia donna si tiene la testa con le mani, sembra pensierosa. Di fianco a lei un’altra donna più giovane, con un bimbo piccolo in braccio. Una capretta sbircia dalla casetta vicina, appoggiata alla parete esterna. Una famiglia si è appena svegliata e sta pensando alle faccende della giornata. Alle pene e forse alle gioie. Chissà se c’è gioia in questo luogo.

Poco più avanti, un altro spiazzo, il sole si sta facendo alto nel cielo, si riflette prepotente sulla terra sbiancata. Un uomo un po’strabico e dal viso buffo si avvicina. E’ il capo villaggio – mi spiega la mia guida – mi porge il suo bastone ricurvo, adornato di perline di tutti i colori. – Vuole che tu vada a salutare gli abitanti di questo villaggio, con il bastone –  Boh, mi sento un po’ cretina, ma poi cerco di dare un senso a quel gesto. Forse è come se per un attimo fossi io il capo villaggio, l’individuo più importante e più adorato dai membri del clan. Sarà il loro modo per dimostrare ospitalità e dedizione all’ospite, per dire benvenuta.

Le quattro mogli del capo sono lì, in fila, mi scrutano come se si spettassero qualcosa. Anche la madre del capo è lì. Alcuni bimbi piagnucoloni sono al capezzale di una delle donne, che si regge al ramo di un albero. Mostra fiera un bracciale bianco e blu, con qualche riga di perline gialle e dorate, lo porta sull’avambraccio. In mano tiene una tazza di ferro, laccata all’esterno, un po’ scrostata. Come quelle che le zie usavano quando ero piccola, per metterci il latte. D’un tratto ritorna il ricordo della colazione, quando stavo da loro. Latte bianco, bollente, con dei grossi pezzetti di pane ammollati dentro e un cucchiaio per tirarli su.

– Grazie a tutti per l’ospitalità, è un piacere essere qui ed avervi conosciuti -. Ecco cosa aspettavano, un saluto, una qualche espressione di gratitudine per avermi accolta in casa loro. Niente di più legittimo.

Facciamo per uscire, mentre una donna anziana, con il suo mantello rosso intenso, il bastone, un viso stropicciato dalle rughe, un’espressione vissuta, di chi ne avrebbe mille e una da raccontare, ci viene incontro. Non so se fosse anche lei parte della famiglia o solo una visitatrice. Certo è che avrei passato qualche ora volentieri ad ascoltare le sue storie.

Ma il tempo è sempre troppo poco, a Rombo.

Dopo il lavoro alla scuola coi bambini, i dati da raccogliere, il numero da verificare, Joseph, il coordinatore dei volontari della casa di Rombo, mi porta in un mercato lì vicino. E’ un mercato normale, vendono frutta, verdura. Unica differenza: sono tutti Maasai. Tutti, non ce n’è uno che non abbia mantelli, cavigliere, polsini e orecchie pendule. Gli stessi mantelli di mille colori si possono acquistare lì. E anche loro, i Maasai, li acquistano lì! Avanti, pensavate tutti che li facessero a mano o che so io. Anch’io lo pensavo. Globalizzazione avanza, è ora di svegliarsi. E vi dirò di più. I cinesi avanzano! Tra le magie dei mantelli appesi nelle baracche di legno, in bella mostra, ecco che uno forse appena arrivato dal grossista mostra ancora la scritta: 100% sintetico, Made in China.

Cinesi a parte, quel luogo sembra il set di un film, ma non è così. E chi si immaginava che anche i Maasai andassero al mercato a comprare il cabbage? Ne vedo una, è proprio lì, davanti a me, con due bei ceppi nelle mani. Più avanti alcuni guerrieri, con le loro treccine rossastre tirate indietro e una fascia di cuoio sulla fronte, si aggirano un po’ sonnolenti. Beh sono le tre del pomeriggio, sfido chiunque a non patire la calura.

Poi, tra le tante donne accovacciate, quelle chine sulle baracche a scegliere i loro mantelli o a trattare il prezzo della verdura, ecco che incontro una faccia familiare, una signora che avevo conosciuto la prima volta che ero stata qui. Non so il suo nome, ma mi dirigo verso di lei, lei mi riconosce, le stringo la mano, lei mi sorride con i suoi occhi dolci, il viso anziano e tenero, mi dice qualcosa nella sua lingua mentre mi tiene la mano, non so cosa di preciso ma poi capisco, Nasipa, è il nome della scuola, yes, sì sono tornata di nuovo per lavorare alla scuola. Lei mi stringe la mano un po’di più, come per ringraziarmi. Che tenera la mia signora. Ho lasciato impresso il suo volto in una delle mie foto. Cosi quando andrò via, nel tempo, me la ricorderò. Chissà se anche lei si ricorderà.

A sera, dopo la giornata intensa e i colori accesi ancora negli occhi, dopo la succulenta cena a base di riso pilau, decido di fare un salto fuori in giardino. Le stelle, laggiù, lontano dalle luci della città, saranno meravigliose. Ma quando metto su il naso mi rendo conto che meravigliose non è la parola giusta. Beh, non c’è una parola giusta, effettivamente. Un milione di stelle, e la via lattea, non mi ricordo di averla mai vista cosi bene. Forse non l’ho mai vista affatto. Sembra una strisciata di latte, come se qualcuno ne avesse versato un po’ su un tavolo di marmo nero, mentre preparava il chai. E’ così, un po’ in trasparenza. Mi si ferma il respiro per un momento. Il cielo è più grande quaggiù. E non perché si vedono sia le stelle dell’emisfero nord che quelle del sud, no. È più grande e basta. Perché è un cielo limpido, isolato, puro. Tutt’intorno alla casa è il buio totale. Non una luce, non un rumore. E’ pace.

Rientro per bere il mio chai, quello che prepara Rebecca. Solo lei lo sa fare cosi buono. Le chiedo sempre se posso guardare mentre lo prepara, ma poi ogni volta sono fuori a lavorare e perdo sempre il momento rituale della bollitura.

Prima di partire la saluto, le dico – Mi dispiace, non ho imparato a fare il chai. – Mi spiega dolcemente la procedura: metti a bollire acqua e zucchero, poi aggiungi il latte. Stessa quantità di acqua e latte. Poi aggiungi un cucchiaino di thè, per 3-4 tazze. Poi una puntina di pilau masala, e un seme di cardamomo. Fai bollire tutto insieme per un po’. Poi filtri tutto ed ecco fatto.

Sembra facile, eppure sono giorni che ci provo, ma non viene buon come il suo.

Con la mia bustina di pilau masala avuta in dono da Rebecca come buon auspicio per le mie prove in cucina, riprendo la via per la città. Si ritorna al grigiume. Ma anche alla polvere, alle urla felici dei bimbi in giardino.

Oggi è il 12 ottobre. Sono da sola al villaggio da 3 giorni. I volontari di settembre e i colleghi in visita sono ripartiti tutti. E’ la prima volta che sono da sola qui. Non è male. Le giornate scorrono lente, più lente, alcune ore del pomeriggio sembrano non passare mai.

Eppure, sono quasi già passati tre mesi.

In questo tempo dilatato e rapido, casa è sempre là, in tutti gli aerei che vedo decollare proprio di fronte a camera mia. Casa è là, oltre quegli aerei che prendono il volo per l’Europa. Casa è là.

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